martedì 22 giugno 2010

Redarguitti


Sabato 26 Giugno

ore 21.30

alla Festa dell'Unità

a

Caracalla

gli

Oil4brains

in


scrittiREDarguitti
(red hot chili paperz)


ci accompagneranno musicalmente i Furia Elettrica

giovedì 13 maggio 2010

Hai messo il sale all'acqua?



Domenica 16 Maggio

ore 18:00

all' Arcospazio di Montesacro

via Monte Tesoro n°1

gli

Oil4Brains

in:

" E se... "

letture pubbliche volte a seminare il dubbio e favorire la riflessione

[durante la serata si potranno acquistare i testi degli Oil4Brains!]

(per giungere a destinazione, cliccare qui )

{per ulteriori informazioni e per acquistare una copia dei testi,scrivete a: oil4brains@gmail.com}

lunedì 3 maggio 2010

Regina Coeli Ora Pro Nobis


“ Lo devi ammazzà stò fascistone, mettilo sotto! ”

“ Daje che aspetti, si nun lo fai tu lo famo noi! “

“ Ammazzalo, ammazzalo! “



Porto il tram da quando è iniziata la guerra. Ho fatto viaggiare gente comune, fascisti e partigiani, di questo sono sicuro. Non sono un convertito dell’ultima ora, io la tessera della Cgil l’ho sempre tenuta in tasca. Quello che è steso sui binari, gonfio di botte da non potersi più muovere, io non so neanche chi sia. Me lo spiegano per sommi capi, e ogni due parole gli assestano un altro calcio.

Quel corpo disgraziato appartiene a Donato Carretta, ex direttore del carcere di Regina Coeli, e testimone d’eccezione al processo Caruso. Pietro Caruso è un personaggio di cui non potete aver memoria, ma all’epoca non c’era romano che non lo conoscesse. Fu questore della polizia di Roma negli anni infami del fascismo, e fu lui a scrivere 50 dei 333 nomi delle Fosse Ardeatine. Fu il generale Kappler in persona a chiederglielo. Il Caruso, che sebbene fosse fascista non riusciva ad esser carogna fino in fondo, prese tempo, e volle parlare col ministro degli Interni. Il ministro all’epoca alloggiava all’ Hotel Excelsior, per star lontano da tutta quella confusione della guerra. Il questore lo sorprese ancora a letto, e senza farlo rivestire gli narrò tutta la faccenda. Il ministro non ebbe neanche a pensarci, che subito gli disse di fare ciò che chiedevano i tedeschi, e in gran fretta anche. Che sennò chissà cosa sono in grado di farti, quelli.

Ecco perché quella gente voleva che io schiacciassi il corpo di Donato Carretta sotto al tram: perché non avevano potuto acciuffare quello del Caruso. Il Carretta di colpe non ne aveva neanche mezza, se non quella di aver lavorato come carceriere sotto i fascisti. Si era persino raccomandato il giorno dell’attentato a Via Rasella che non portassero via i suoi carcerati, perché sapeva bene che fine avrebbero fatto. A modo suo, tentava di riparare ad una vita da secondino facendo per due minuti il samaritano. Non bastò.

Intanto mi urlavano contro sempre più forte che lo dovevo ammazzare, ma io non volevo farlo. Non potevo accettare che quella folla avesse invaso il tribunale per avere la testa del Caruso, e che poi si fosse accontentata di quella di Carretta. Le porte del tribunale erano state chiuse, ma la folla ha una mentalità troppo decisa per restarsene al di là di una porta chiusa. Quando la folla passa da una porta, è la Storia che gliela tiene aperta. Così, essendo Donato Carretta intervenuto affinché l’udienza si svolgesse regolarmente, fu lui ad essere trascinato fuori dall’aula.

Venne bastonato senza riguardi sotto gli occhi dei suoi colleghi poliziotti, in numero troppo scarso per intervenire con successo. Ormai immobile, fu trascinato sui binari lasciando che il suo sangue evidenziasse il percorso svolto finora. Ed è qui che intervengo io.

Gli mostro la tessera della Cgil. Sono un compagno,dico. Non so quanto può servire, ma rende chiara la mia posizione: non ammazzerò Donato Carretta, non lascerò che la violenza macchi il riscatto di questo paese.

La mia storia sarebbe finita qui, ma quella di Carretta e del Caruso no . Pietro Caruso verrà giustiziato il 22 Settembre del ’44, appena 4 giorni dopo l’inizio del processo. Al plotone d’esecuzione dirà: “ Viva l’Italia”.

Donato Carretta venne trascinato ancora per molti metri, fino al Tevere. Dalla spalletta, il suo corpo fu gettato nel fiume, che invece di portarlo via come un qualsiasi cadavere, scelse di farlo rinvenire con le sue acque gelide. Alcuni presero una barca, e lo seguirono per dargli la morte a colpi di remo. Furono dei bambini a ritrovare il corpo, che avevano seguito con lo sguardo mentre correvano lungo la riva del fiume. I barcaioli lo presero a bordo, e lo riportarono indietro fino a Regina Coeli. Lì, dove tutto era iniziato, lo appesero alle sbarre del cancello principale, a testa in giù, secondo un’antica usanza romana. Lo colpirono ancora con gli stessi sampietrini su cui volevano che lo tagliassi a metà. Solo allora la Storia si disperse, e con essa la folla.


giovedì 22 aprile 2010

la scelta

Nome di battaglia marco e nessuno è riuscito a farti rivelare quello vero
ho passato le ultime due ore di riposo tra un turno di guardia e l'altro cogli occhi aperti a fissare il soffitto le tue urla e il rumore sordo dei colpi non hanno fatto dormire nessuno qui in caserma e adesso ho sonno
ho sonno e ti odio perchè non mi ha fatto dormire ti odio perchè mi costringi a stare qui ti odio perchè è solo colpa tua chi te lo ha fatto fare di buttare la divisa e scappare sulle montagne coi ribelli ti odio te e tutti partigiani banditi del cazzo
marco
è con sommo piacere che ti accompagno nella tua ultima passeggiata verso il cortile interno
ti lascerò contro il muro di cinta alle cure del plotone
quanto avrai
marco?
qualcosa più di vent'anni?
cos'eri marco? uno studente figlio di papà?
mio padre mi ha sempre detto zitto e mosca che poi il podestà ci toglie la doppia tessera per il pane e tua madre è malata le tue sorelle sono solo bocche da sfamare
e tua madre è malata
a me non m'andava di mettermi la camicia nera
non ho scelto io
non ce l'avevo io una scelta
cosa eri marco mentre mi obbligavano al reclutamento
eri ancora un soldato o pensavi già a tradire il tuo paese
adesso ce l'ho io la divisa e tu non sei un cazzo
io repubblichino
tu partigiano
non sei un cazzo adesso
e stai per morire per scelta
l'hai voluto tu potevi parlare potevi evitare le botte
potevi dirgli il tuo nome vero e quello dei tuoi compagni ma non l'hai fatto
se potessi guardarti vedresti la mascella rotta che ti penzola giù dal viso
un occhio chiuso per quanto è pisto e l'altro aperto solo a metà
sanguini ancora dal naso e dalle orecchie
ogni volta che respiri pezzi di costola ti bucano la pelle
cammini verso i moschetti del plotone
eppure provi ad aprire l'unico occhio un po' di più e me lo punti contro
che cazzo vuoi
non è il tuo mitra è solo un occhio malconcio
sputi sangue e qualcosa che cadendo a terra fa rumore
un dente
o più di uno
provi a parlarmi ma non ti capisco
fai smorfie di dolore e biascichi cose incomprensibili
siamo fuori nel cortile addio marco
vaffanculo marco

l'eco della scarica si smorza piano piano
assieme a quello singolo e macabro del colpo di grazia alla testa
io e altri due camerati sbattiamo il cadavere in un vecchio lenzuolo senza troppi complimenti
dobbiamo portarlo fino in paese e attaccarlo a un palo con addosso un foglio con su scritto
"ecco la fine che fanno tutti i banditi"
non mi piace questa cosa ma non ho scelta
non ce l'ho mai avuta
adesso bisognerà fare i conti coi compagni di marco ancora sulle montagne
sani salvi e incazzati
mi viene da vomitare
non è più il rumore degli spari che mi sento dentro
è piuttosto un suono indistinto
forse parole
la voce di marco tra sangue che gorgoglia nella gola e denti rotti
alla fine capisco
mi guardava dentro con l'unico occhio aperto
mi guardava dentro per leggermi i pensieri mentre andava a morire
camminava tra smorfie e dolore e mi diceva
"c'è sempre una scelta"

addio marco
vaffanculo

lunedì 19 aprile 2010





Mercoledì 21 Aprile


ore 21:00

alla libreria Rinascita

Viale Agosta, 36

gli Oil4Brains in:

Quattro voci per Sette colli.


Letture su Roma in romanesco ed italiano per ricordarne la Storia e le storie, in occasione del suo natale.

lunedì 22 marzo 2010

La curva e la puttana

Passato il semaforo sulla Casilina giravo a destra per Via dell’Aeroporto di Centocelle .
Benellino di terza mano , pagato trentamila lire, sempre sporco e bellissimo.
Rosso, ovviamente senza faro e come sempre a manetta spalancata, sul filo, pazzesco, dei 45 chilometri orari.
Nel buio della strada bordata di prati zozzi, in un quadrato più nero di quel buio, poco prima della curva, aspettavo il rettangolo di luce asfittica che usciva dalla porta aperta.
Li c’era la baracca della vecchia puttana.
L’occhio destro a governare il manubrio alla curva , il sinistro che, tutte le volte che facevo quella strada, non poteva che distrarsi nella fugace e urgente speranza di intercettare un frammento di torbido fotogramma erotico.
La posa era fissa . Una diapositiva.
Una cicciona vecchia, mora cotonata, con le zinne quasi scoperte e i coscioni alla Gigi Riva accavallati. Stava seduta sul sedile di una millecento nella cornice della porta della baracca.
Unica variante , il ventaglio battente d’estate e una cofana di ferro con un po’ di brace davanti ai piedi d’inverno.
Stava li tutti i giorni, invitante come un’autopsia, nell’improbabile impresa di noleggiare quel monolocale sfitto che aveva tra le cosce.
Quella volta vidi la luce filtrare dalla porta chiusa. Incredibile! Ricordo che sbagliai la curva.
Gli occhi guardavano, la strada ma l’urlo del nervo ottico allertò la sala operativa della mente.
E lì parti , la proiezione privata di un film autoprodotto, girato nella luce gialla della baracca.
Alla vista della porta chiusa era già tutto pronto. Sceneggiatura, regia, suoni, luci, attori, trucco.
Non le raffinate immagini di erotismo, archiviate durante le solitarie letture.
Ma i più pecorecci brani visti su pellicole porno di bassa macelleria, tutti interpretati dalla cicciona coi capelli cotonati.
Un festival del cinema hard lungo tre secondi. Il tutto visto dal sellino di un Benelli che, derapando inesorabilmente, stava per uscire di strada.
Non finii sul prato perché….. arrivò la fine del primo tempo.
Ora, 35 anni dopo, chissà perché mi ritornano in mente questi fotogrammi di vissuto.
Nostalgia probabilmente per la ferocia di quella libido quindicenne, pronta in una scintilla a mettere in scena il desiderio. Grezza , priva di selettività nella scelta del bersaglio su cui scaricare l’arma dell’immaginazione erotica .
Dolorosa , perché tacitata a mano, non risolta e oggettivamente, a quella età , irrisolvibile .
Nostalgia insomma ….solo nostalgia!!

lunedì 1 marzo 2010

Frankenstein

Ho avuto svariate relazioni, diversi amori e molti amici. Ciò nonostante i maschi continuano ad essere degli strani animali, per me.
Alcuni tra loro sono passati senza lasciare traccia; altri hanno segnato la mia vita, ma ricordo benissimo sia gli uni che gli altri.
Enrico, per esempio, è una persona dolcissima e sensibile. Ricordo che un pomeriggio che mi trovai a passare sotto la casa che divideva con la sorella, gli citofonai per farmi invitare a bere un caffè. Lo trovai, in una stanza resa dorata dal tramonto ottobrino, a stirare le camicie sue e, udite udite, della sorella! Il televisore rigorosamente spento ed i notturni di Chopin facevano sembrare la scena quella di un film. Mi dissi che un uomo così non avrei dovuto farmelo scappare e cominciammo a frequentarci assiduamente. Peccato che avesse la pessima abitudine di scrivere tutto, ma proprio tutto quello che spendeva con una precisione ed una pazienza degna di un certosino: ovunque eravamo, insieme ai soldi tirava fuori un libricino nero dove appuntava le spese. Lo lasciai per strada il pomeriggio che sul quel libretto lo trovai a scrivere “due caffè” all’uscita di un bar.
Marco, invece, era la passione fatta uomo. Quando mi camminava accanto sentivo arrivare dalla sua parte il calore dell’inferno. Continuava a mettermi le mani addosso ovunque fossimo sguinzagliando la bestia “ch’entro mi rugge”. Mi ripeteva in continuazione che soltanto io gli facevo quest’effetto. Ma una sera, dopo l’ennesimo pomeriggio di sesso sfrenato, mentre brancolavo alla ricerca delle chiavi della macchina per riportarlo a casa, si voltò verso di me e, molto semplicemente, mi comunicò di avere un appuntamento con una vecchia fiamma con la quale già da tempo…”si vedeva”
Vogliamo parlare di Stefano? Semplicemente meraviglioso!!! Affascinante, colto, sportivo, generoso e politicamente dalla parte giusta. I suoi limiti erano…altrove: il sesso, per lui, era una vera fatica. TUTTO era preferibile al sesso. E’ durata tre settimane; anche troppo, a pensarci bene.
E Danilo? Ah, Danilo! Che persona! Ricordo che la domenica mattina, dopo la nostra prima notte insieme, quando gli proposi, vista la bellissima giornata, di andare a Trevignano a mangiare alla mitica “Casina bianca”, mi guardò smarrito e disse di avere un forte mal di testa. Insistetti e lui si convinse. In trattoria scelse un tavolo vicino a quello occupato da un gruppo di ragazzi allegri e rumorosi che avevano messo una radio tra i piatti per seguire il derby Roma – Lazio. Gli dissi che forse non era la scelta migliore ma lui, con aria sofferente, fece un cenno che voleva dire: “Che vuoi fare? Sopporterò pazientemente”. Durante il pranzo fu particolarmente silenzioso ma la sua faccia tirata la diceva lunga sul livello di sofferenza. Mi sentii un verme e decisi che, tornati a casa mia, sarei riuscita a farmi perdonare. I ragazzi vicino a noi continuavano ad incitare la loro squadra, la Lazio, che evidentemente non se la passava bene. Nel frattempo mi guardavo intorno: il sole calava con lentezza rendendo l’aria morbida e io ero veramente felice. Cercai di rendere partecipe Danilo di questa sensazione e lui fece un cenno come a dire :” Lasciami perdere, non riesco neanche ad ascoltarti” I ragazzi dicevano: No, no…. fermatelo, buttatelo giù…..nooooo” e Danilo, scattato improvvisamente in piedi,:”Siiiiiiiiiiii…….ammazzali, faje li bozzi, fajene n’artri tre!!!!” Credo che sia ancora sulla Cassia bis ad aspettare un passaggio.
Ancora oggi, che ho ..’ntasette anni, mi chiedo:” Quanti uomini ci vogliono per assemblarne uno decente??”

domenica 28 febbraio 2010

martedì 23 febbraio 2010

Brenda

Per questa città, noi siamo come la mafia.

Tutti sanno che c’è; molti la pagano per sentirsi protetti, altri perché qualcuno sia umiliato, svergognato, e fatto fuori.

Tutti lo sanno, ma nessuno ne parla.


Quelli come me costringono quelli come voi all’omertà, vi impediscono di pensare che fine abbia fatto vostro marito, rendono ridicolo il vostro pudore.

Conosco gli uomini meglio di loro stessi, so cosa vengono a cercare qui, da me.

Cercano la mamma, il papà e l’amante, tutto in una sola persona.

Perché ogni giorno della loro vita si costringono ad essere solo uomini, e qualcuno gli ha suggerito che se sei un uomo certe cose non si fanno.

Non si chiede aiuto, non si affidano i propri segreti alle mogli, non ci si mostra deboli.

Ma anche io sono un uomo.


Sono il loro migliore amico, e sono la donna che hanno sempre sognato.

Per questo mi verranno a prendere.

Perché io so i nomi, gli stessi che sapete anche voi.

Ma la vostra è una vita da spettatori, il vostro unico diritto è pagare il biglietto, e scegliere se applaudire oppure no .

Io sono l’attrazione principale, fatta per illuminare il palcoscenico per qualche minuto.

E come tutte le cose meravigliose, non vivrò a lungo.

Ma se ho potuto anche per poco vedere le vostre facce contorte dal disgusto e dalla curiosità, lo devo solo a me stessa.


Perché è sufficiente che io passeggi sul vostro stesso marciapiede, per riempirvi la testa e lo stomaco di idee che non si possono ripetere.

E se decido di tornarmene a casa ora, è perché sono stata avida, e mi cercheranno per uccidermi.


Ma non si può incolpare una stella di aver brillato.


Il nostro è un circo degli orrori, e si è aperta la caccia alla Donna Barbuta.

Verranno a cercarmi, e mi troveranno.

Perché io sono bellissima.



sabato 20 febbraio 2010

come lupi

hai fame?
hai sete?
sei spaventato?
disilluso?
certe volte ti senti il cuore nelle scarpe e tuttavia non puoi fare a meno di camminarci sopra?
altre volte senti voci che si sovrappongono rendendosi incomprensibili a vicenda
mani che battono ritmi crescenti
insieme al battito del tuo cuore
un cuore che ormai è un applauso
un diluvio avvolto di notte e coperte che dura un secondo solo
ormai lo riconosci, scivoli veloce nell'oscurita' e t'abbandoni
pensando che carne e sangue e il resto siano come il tutto
ossia, irrilevante.
fuori tutto brucia
io non riesco piu' a scaldarmi
unghie che graffiano l'asfalto
muri che crescono germogliando intorno
guardo a quanto cielo ci rimane.
certe volte sento una voce che mi chiede
hai fame?
hai sete?
ma io non so nulla e tutto immagino
il resto posso solo sognarlo, per questo andro' a dormire.

 
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